Gio’ Marinuzzi con Andrea Filippucci a Un Paese a Sei Corde
La sera di Ferragosto sembrerebbe perfetta per ascoltare musica brasiliana. Certo che tutto diventa strano se piove, fa freddo e il concerto si tiene in una chiesa anziché all’aperto, nel previsto Cortile della Casa Moglini. L’atmosfera che si è venuta a creare quindi, nella chiesetta di San Rocco a Nonio, è quasi surreale, ma la grande professionalità della protagonista ha reso comunque molto piacevole il concerto. Stiamo parlando di Gio’ Marinuzzi, la Signora della musica brasiliana in Italia, in una prosecuzione della sezione “Chitarrautore” nell’ambito di “Un Paese a Sei Corde”.

Accompagnata da un grandissimo Andrea Filippucci, virtuoso della chitarra e abilissimo suonatore di cavaquinho, un chitarrino simile all’ukulele, ha presentato il suo cd Amigos (Alfaprojects, 2009) da cui ha tratto molti brani della tradizione brasiliana oltre a sue composizioni originali, aggiungendone altri. Così è passata da “Aguas de março” di Antonio Carlos Jobim a “O que serà” di Chico Buarque de Hollanda, per poi arrivare ad un suo brano, “Para de chorar” con Andrea Filippucci al cavaquinho, il cui suono in un attimo ci ha portati dall’altra parte del mondo, su spiagge assolate con una caipirinha in mano. Un doveroso tributo a Vinicius de Moraes con “Eu sei que vou te amar” e poi di nuovo una sua composizione, “Volo Brasil”, brano divertente in cui, in un misto di portoghese e italiano, racchiude le cose che più le mancano della sua terra d’adozione. Più malinconici “Odeon” e “Ronda”, seguiti poi da un pezzo definito ‘acrobatico’, in cui Andrea Filippucci ha dato sfogo alla sua grande maestria nel suonare il cavaquinho.
Una canzone dopo l’altra, qualcuna più conosciuta come “Aquarelo” di Toquinho e altre meno note, e in un soffio ci siam ritrovati all’ultimo brano, “Deixa isso pra là”, quasi un rap in stile carioca. Un repertorio molto equilibrato, che ha saputo mostrare i vari aspetti della musica brasiliana, dai più allegri e spensierati a quelli più romantici e malinconici, entusiasmando il pubblico che ha premiato gli artisti con il suo applauso caloroso.
Patrizia & Mauro Gattoni

Davide Sgorlon a Un Paese a Sei Corde
Davide Sgorlon ha esordito come solista a Cressa, proprio nell’edizione 2009 di “Un Paese a Sei Corde” e, dopo un anno, lo ritroviamo il 7 agosto nella graziosa piazzetta di Legro, frazione collinare di Orta San Giulio, nota per i suoi ‘muri dipinti’. Se già l’anno scorso aveva convinto, in questa serata ha presentato un set ancor più raffinato e particolare, segno di una continua ricerca e sperimentazione unite a buon gusto e grande tecnica.

Grazie anche all’esperienza teatrale di Domenico Brioschi, de “La finestra sul lago”, l’atmosfera è stata resa ancor più suggestiva dal suono amplificato dell’acqua dell’antica fontana che domina la piazzetta, preludio al primo brano eseguito da Davide, che ci ha traghettato in un sogno magico quasi ipnotico, cullati dal gioco di dolcissimi armonici fino al suono elettronico ottenuto con l’E-bow.
Dopo questa introduzione è partito il concerto vero e proprio, fatto di musiche e immagini realizzate dallo stesso Davide, movie maker di talento, che ci ha subito trasportato nell’Africa più profonda. Mentre il video rimandava a mondi antichi, ‘selvaggi’ e incontaminati, il suono della chitarra si arricchiva di effetti. Sgorlon ha infatti saputo utilizzare al meglio i loop elettronici, senza esagerare, senza stancare, ma sfruttandoli anzi per far risaltare ancor di più la sua tecnica strepitosa. Il viaggio è così proseguito, un pezzo dopo l’altro, senza soluzione di continuità con l’unica interruzione degli applausi, mentre sullo sfondo scorrevano immagini di foreste, vulcani in eruzione, nuvole impetuose e danze tribali. Con il chitarrista a esprimere il frutto della sua voglia di sperimentare e innovare. Mentre la loop station ripeteva all’infinito le note appena suonate con la chitarra, Davide si sdoppia diventando anche percussionista accompagnandosi col cajón, miscelando moderna tecnologia e tradizione in uno straordinario intreccio di suoni etnici provenienti da terre lontane ed elementi jazz e rock.
Di effetto poi il finale con Sgorlon che se ne va, lasciando la chitarra sul palco mentre il campionatore ne ripete la musica che va a sfumare, fondendosi col suono dell’acqua della fontana che torna protagonista. Quasi a sottolineare che tra la musica e i suoni della natura l’uomo è solo un accessorio.
Patrizia & Mauro Gattoni

Jacques Stotzem a Un Paese a Sei Corde
La prima parte dell’edizione 2010 di “Un Paese a Sei Corde” si è conclusa domenica 27 giugno, nel cortile della Casa Medioevale di Pettenasco, con un intenso concerto di Jacques Stotzem. A vederlo, questo chitarrista belga, sembra un signore di mezza età vestito in maniera troppo giovanile. Poi si volta e cogli uno sguardo vivace da ragazzino. Sale sul palco e, pur parlando solo in inglese, trasmette una gran simpatia, quella tipica di chi fa le cose con gioia. Quando comincia a suonare è subito chiaro che tutti questi preconcetti devono essere buttati alle ortiche.

Sì, perché hai di fronte un chitarrista a cui non basta suonare Jimi Hendrix con l’acustica, ma lo fa traendone suoni da elettrica, senza alcun artificio elettronico, ma solo grazie alle mani e al talento. Dopo averci prima stupiti con “Purple Haze” dal suo ultimo cd Catch the Spirit (Acoustic Music Records, 2008), attacca anche “With or Without You” degli U2, e sembra che ci sia la celebre band al completo dentro alla sua chitarra e non puoi far altro che inchinarti a tanta bravura, sia per l’arrangiamento quanto per l’esecuzione. Dopo tutta questa energia, Stotzem fa una breve pausa romantica con “Sur Vesdre”, pezzo molto dolce scritto e dedicato alla sua città natale, a cui segue “Jungle”, un brano dirompente in cui chitarra e natura si fondono e nel quale ci dimostra che ogni singola parte di questo strumento può essere suonata, non solo le corde, ottenendo armonie perfette e inusuali. A questo punto propone una rivisitazione blues di “Come Together” dei Beatles, e dopo “Irish Waltz”, dolcissima, ispirata all’Irlanda, si torna a Jimi Hendrix con “Fire” che conclude la prima parte del concerto.
Dopo una breve pausa, lo spettacolo riprende con “Oasis”, un pezzo in cui sonorità arabe e tecniche di esecuzione di influenza americana si fondono con grande armonia. In un crescendo molto equilibrato di brani originali e arrangiamenti di pezzi di grandi autori si arriva a “These Days” di Jackson Browne, canzone delicatissima eseguita con la giovane cantante Géraldine Jonet, con cui ci fa ascoltare anche “No Mercy”, vecchio blues di Gary Davis. Ancora un americanissimo “Swing Medley” per poi concludere con un ultimo e struggente blues eseguito con Géraldine.
Applausi scroscianti e richieste di autografi sono il meritato riconoscimento a questo grande artista, che ci lascia con l’acquolina in bocca in attesa della seconda parte di “Un Paese a Sei Corde” che torna a partire dal 7 agosto. E noi non mancheremo.
Patrizia & Mauro Gattoni

La chitarra-arpa di John Doan
a cura di Sergio Bianco
traduzioni di Pierangelo Chiodaroli

Anche quest’anno si è rinnovata la collaborazione tra il Six Bars Jail (1) di Firenze e la Pro Loco di Rigomagno (2) in provincia di Siena, in occasione dell’annuale festa “Il Colle degli Ulivi” giunta alla trentottesima edizione. L’anno scorso il Six Bars Jail aveva portato nel piccolo borgo medievale senese due grandi della chitarra acustica europea: il nostro Franco Morone e il tedesco Peter Finger. Quest’anno, a rappresentare la chitarra fingerstyle nel ricco programma di eventi del festival, è stato lo statunitense John Doan. Di passaggio in Italia per partecipare alla Convention ADGPA di Conegliano, Doan si è offerto con nostro grande piacere di suonare per il Six Bars Jail e, vista la particolarità del repertorio e gli strumenti proposti, lo scenario di Rigomagno ci è sembrato l’ideale. John è uno dei pochi maestri della chitarra-arpa a 20 corde e da anni ha approfondito e divulgato lo studio di questo antico strumento, proponendo nei suoi concerti un repertorio affascinante in gran parte dominato dalle arie e dalle melodie della tradizione celtica, di cui è profondo conoscitore. Il concerto si è tenuto lo scorso 20 giugno nella cornice della bellissima chiesa di San Marcellino nella piazza principale del paese, davanti a un pubblico numeroso ed estasiato dalle magiche atmosfere proposte da questo moderno bardo dell’Oregon, il quale ha incantato gli spettatori – oltre che con la chitarra-arpa – anche con anedotti e racconti della letteratura e della mitologia irlandese.
“Resting Upon Jacob’s Pillow”
(John Doan)
http://www.youtube.com/watch?v=6kz3VPF7xtk
“St. Patrick in the Spirit”
(John Doan)
http://www.youtube.com/watch?v=ShVrVkLgOJQ&feature=related
“Farewell”
(John Doan)
http://www.youtube.com/watch?v=SWsJVSPTIeY&feature=related
In attesa di recarsi alla Convention di Conegliano, John Doan è rimasto a Rigomagno per alcuni altri giorni e ha soggiornato, ospite di Riccardo Luchi del Six Bars Jail, in un casolare in pietra tra gli olivi delle splendide colline senesi, dove pochi fortunati lo hanno continuato a sentir suonare e improvvisare seducenti melodie, che ci aspettiamo di trovare nei suoi prossimi lavori. Da questo breve soggiorno è nata inoltre un’inaspettata amicizia tra noi del Six Bars Jail e John Doan con sua moglie Deirdra. E non poteva essere altrimenti, vista la semplicità e la simpatia di queste due persone. John, entusiasta del clima che ha trovato e dell’accoglienza ricevuta, ha chiesto poco prima di salutarci di far parte della nostra associazione, per cui adesso compare nel nostro sito web tra i membri del Six Bars Jail. La cosa ovviamente ci rende molto orgogliosi. Durante il suo soggiorno toscano è nata infine l’idea di questa intervista, allo scopo di saperne di più sulla sua musica e sugli strani strumenti che suona, nella speranza che ciò possa avvicinare anche altri appassionati del fingerstyle verso questo genere musicale.
L’INTERVISTA
La curiosità ci porta a chiederti come accade che ci si avvicini ad uno strumento così particolare come una chitarra-arpa?
In un mondo sempre più pieno di cose fatte a macchina, tutte uguali, ho trovato rigenerante celebrare l’insolito. Sono cresciuto a Venice in California, un posto ispirato da Venezia in Italia. Credo che la bellezza e l’insolito mi sembrassero andare a braccetto quando ero giovane e quando, da teenager, suonavo una 12 corde e un’elettrica a doppio manico in un gruppo rock. Più tardi, mentre studiavo musica all’università, fui introdotto alla chitarra classica. Mi piaceva molto la musica per liuto e rimanevo a bocca aperta di fronte al suono di tutte quelle corde. Quando, in seguito, ho trovato una chitarra-arpa vecchia di un secolo sulla parete di un negozio di strumenti musicali, ho sentito il richiamo della sua bella forma e dell’insolita collezione di corde in più. Ero curioso fino a soffrirne e volevo trasformare il suo abbandono e il suo silenzio in qualcosa di vivo e vibrante. Fare musica sulla chitarra-arpa è stata, e continua ad essere, un’avventura.

Qual è l’origine della chitarra-arpa? Te la sei fatta costruire seguendo il modello di altri strumenti, oppure è stata costruita su tue indicazioni originali? Quale accordatura si usa?
La chitarra-arpa era popolare negli Stati Uniti tra il 1890 e gli anni venti. Veniva suonata nelle orchestre di mandolini, negli spettacoli di vaudeville e nei salotti. In Europa la chitarra-arpa ha cominciato a essere popolare a partire dal 1840 ed è cresciuta in popolarità agli inizi del 1900 soprattutto in Germania e in Italia. Pasquale Taraffo è uno dei grandi maestri italiani dello strumento agli inizi del XX secolo. (3)
Per quel che concerne il mio strumento, l’ho commissionato a John Sullivan nel 1986 con la supervisione e il progetto di Jeffrey Elliot di Portland nell’Oregon. Jeffrey ha realizzato chitarre per Julian Bream, Ralph Towner e altri; mi eccitava vedere come avrebbe affrontato la sfida posta dal numero di corde e come sarebbe riuscito a soddisfare i miei requisiti di equilibrio tonale, usando corde di acciaio. Sebbene il progetto sia basato su quello delle chitarre-arpa Knutsen, Dyer e Gibson di un secolo prima, è stato completamente modificato per ottenere uno strumento che suoni con lo stesso volume su tutta la sua estensione (come il pianoforte). È considerata la ‘prima chitarra-arpa moderna’ dei nostri giorni. Ne sono state fatte un sacco di copie e recentemente è apparsa sulla copertina della rivista American Lutherie. (4)
Dal punto di vista della tecnica, qual è la differenza per chi suona una tradizionale chitarra a 6 corde o una a 20? Esiste una letteratura in materia per chi volesse cimentarsi, oppure l’unica strada è quella dell’autodidattica?
La versione a 20 corde della chitarra-arpa che suono io è praticamente una chitarra con corde in aggiunta su entrambi i lati. Sul manico centrale si può utilizzare la tecnica con cui ci si sente più a proprio agio sulla chitarra tradizionale. Ho trovato utile utilizzare la tecnica del liuto per la mia mano destra dove, invece di allineare le nocche delle dita con le corde, arrivo quasi ad allineare le dita con le corde. Questo mi consente di arrivare meglio sia ai bassi liberi che ai superacuti, e dà un suono più caldo alle corde pizzicate.
Riguardo allo studio della chitarra-arpa, ogni anno organizzo dei corsi a luglio a casa mia, dove ospito allievi che vengono per studiare da ogni parte del mondo. Insegno diversi esercizi su scale, intervalli e diteggiature degli accordi. Sono anche disponibili gli spartiti della musica che ho registrato negli anni, se qualcuno mi vuole scrivere per chiederli. Inoltre ho realizzato un dvd intitolato In Search of the Harp Guitar [Fisher-King Productions, 2005], che mostra la storia, i fabbricanti e i musicisti che suonano questo strumento. (5)
Ma fondamentalmente, prendi in mano la chitarra-arpa e divertiti. Suonala come ti piace ed esplora un mondo nel quale sei completamente immerso nel suono.

E dal punto di vista interpretativo? Ti abbiamo sentito suonare anche la musica di Jimi Hendrix: questo vuol dire che si può far tutto su questo strumento, oltre al repertorio celtico-irlandese che ovviamente sembra il più adatto?
Suono diversi stili di musica sulla chitarra-arpa, fondamentalmente ogni stile che si possa suonare su una chitarra tradizionale. La chitarra-arpa ti dà più risonanza, estensione e comodità. Ciò a cui non pensano di solito i chitarristi è che sulla chitarra, per ottenere una nota, occorre far due cose contemporaneamente: pizzicare con la mano destra e premere in corrispondenza dei tasti con la sinistra. Sulla chitarra-arpa si può semplicemente pizzicare un basso libero o un superacuto, e la mano sinistra è libera di suonare qualsiasi cosa sulla tastiera, senza restare fissa in una posizione per tenere premuta una nota dei bassi o mantenere una nota della linea melodica quando bassi e armonia potrebbero cambiare. Amo il fingerstyle, la musica classica, il rock, la musica irlandese e altro, e a volte combino gli stili per dire qualcosa che immagino musicalmente.
A proposito del repertorio dominante nella tua produzione discografica, abbiamo constatato dal vivo che tu hai una grandissima conoscenza della musica, ma anche della cultura e della tradizione dei paesi di origine celtica: da dove nasce il tuo interesse per questo filone? Hai origini irlandesi?
Cerco di essere prima di tutto un musicista e poi un chitarrista o un chitarra-arpista. Credo che la musica abbia un significato e così, spesso, mi trovo a scrivere di ciò che agita il mio cuore e la mia anima mentre cerco di dare un senso al mondo che mi circonda. Tendo a sviluppare i miei lavori musicali attorno a un concetto, così i miei album non sono solo una collezione di brani per chitarra ma un tentativo di capire qualcosa.
Il mio cd natalizio Wrapped in White – Visions of Christmas Past [Hearts O’ Space, 1995] cerca di infondere nuova vita a vecchi brani natalizi, utilizzando dozzine di strumenti vecchi di un secolo in nuovi arrangiamenti e in medley, che spesso sono trascritti per orchestra da camera o piccoli ensemble. Lo spettacolo televisivo con questa musica, A Victorian Christmas with John Doan [OPB, 1993], è stato nominato agli Emmy Awards come “Best Entertainment Special of the Year” (‘Miglior programma di intrattenimento dell’anno’). In questo programma cerco di ricreare un tempo in cui i musicisti intrattenevano veramente se stessi e gli altri, prima che le macchine lo facessero per noi. È spesso una rivelazione per il pubblico il fatto che noi viviamo sempre meno attivamente le nostre vite, e invece guardiamo altri farlo nei film, negli eventi sportivi, nei concerti… (6)
I miei album Eire – Isle of the Saints [Hearts O’ Space, 1997], che ha vinto il titolo di “Miglior album celtico dell’anno”, e Wayfarer – Ancient Paths to Sacred Places [Hearts O' Space, 1999] sono degli schizzi musicali che ho fatto sul luogo, in Irlanda e nelle Isole Britanniche, e che raccontano la vita e i tempi di San Patrizio. La storia di questi luoghi, che ho raccontato in musica, era così interessante che mi sono trovato a voler ridare vita alla tradizione da cantastorie dei vecchi bardi irlandesi nei miei concerti. Questo dà vita alla musica e aiuta il pubblico a seguire e ad apprendere dal suo significato.
Per quel che riguarda le mie origini celtiche, sicuramente in me c’è qualcosa di irlandese. Il mio cognome Doan viene da “Dun”, uno dei sei nomi celtici con cui si indicava una collina fortificata. Forse è per questo che mi sono sentito così a mio agio sulla collina fortificata di Rigomagno… ma in realtà credo che sia stata la meravigliosa e calorosa gente etrusca che mi ha fatto innamorare della vostra collina fortificata!
Hai in cantiere nuovi progetti musicali?
Nel corso di un faticoso lavoro di ricerca sulla storia della chitarra-arpa, ho scoperto dieci opere per arpa-lira scritte da Fernando Sor. La cosa sorprendente è non soltanto che questi brani siano estremamente dolci e lirici, ma anche che non siano più stati rappresentati in pubblico dal 1830! Mi sono sentito come Indiana Jones che riscopre una musica dimenticata per uno strumento dimenticato… (7)
“Six petites pièces progressives”, n. 3
(Fernando Sor)
http://www.youtube.com/watch?v=UAf_5nn9zNI
Da quel momento mi sono appassionato alla musica di Sor e ho trovato lo strumento che, sotto la sua supervisione, è stato costruito nel 1819 a Londra come copia della sua chitarra da concerto. Quindi ho scritto un album tributo a Sor su questo strumento, usando il suo linguaggio musicale, instaurando una conversazione con lui attraverso i secoli. È una musica molto romantica e tra le più delicate che io abbia scritto fino a oggi.
Dopo questo progetto porterò a termine un altro album intitolato Icons of the Sixties, che comprenderà versioni per chitarra-arpa di brani di Jimi Hendrix, Jim Morrison, Paul McCartney e altri.
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Note
1 http://www.sixbarsjail.it.
2 http://www.rigomagno.it.
3 http://www.harpguitars.net/players/taraffo/taraffo.htm.
4 I disegni sono stati pubblicati e possono essere acquistati su Internet all’indirizzo http://www.luth.org/plans/harp.htm.
5 Per saperne di più circa i corsi, gli spartiti e il dvd citati in questo paragrafo, potete consultare il sito http://www.johndoan.com.
6 Il filmato è contenuto, insieme all’altro special televisivo A Christmas to Remember with John Doan (OPB, 1991), nel dvd Christmas Combo disponibile all’indirizzo http://www.johndoan.com/products.html.
7 John Doan ha interpretato queste dieci composizioni nel cd The Lost Music Of Fernando Sor, Tapestry, 2008.
La chitarra acustica baritona
Da qualche anno ormai, nel mondo della chitarra acustica è sempre più presente un ‘nuovo’ strumento: la chitarra acustica baritona. Non proprio nuovo, forse, se pensiamo per esempio alla chitarra acustica baritona sarda, strumento popolare diffuso già nella prima metà del ’900 e utilizzato principalmente come strumento di accompagnamento e supporto armonico al canto, spesso in coppia con la fisarmonica: uno strumento simile a quello ‘moderno’ per alcune caratteristiche tecniche come il diapason e l’accordatura utilizzata, ma diverso nella sonorità e nell’utilizzo, in quanto la chitarra baritona attuale si è sviluppata soprattutto per un uso solistico, fingerstyle e flatpicking, uno strumento più versatile con possibilità espressive più ampie.
Una Italian Guitars baritona del liutaio Aldo Illotta
È facile allora ipotizzare che lo strumento moderno sia nato da un’evoluzione parallela ma indipendente rispetto allo strumento della tradizione italiana, un’elaborazione quindi di quella che possiamo chiamare chitarra acustica ‘tradizionale americana’. Oggi diversi costruttori, piccoli artigiani ma anche importanti aziende, propongono vari modelli di baritona, spesso diversi tra loro quasi a rimarcare la caratteristica propria della chitarra acustica, ovvero la non conformità ad un unico progetto. Ma se possiamo parlare di Dreadnought, OM, 000, Jumbo come di varianti sonore di un unico strumento, con definiti canoni estetici e costruttivi, parlare di baritona è forse parlare di un’altra cosa.
Tecnicamente e costruttivamente la caratteristica principale differente è proprio il diapason maggiorato, che può variare dai 680 mm ai 730 mm, con le solite eccezioni del caso. L’utilizzo di una scala così lunga, unitamente a quello di corde con diametri proporzionalmente maggiori, permette allo strumento di essere accordato più in basso rispetto alla chitarra tradizionale. In particolare l’accordatura più utilizzata è quella in Si, cioè una quarta sotto (prendendo come riferimento il Mi dell’accordatura standard), mantenendo gli stessi intervalli della tradizionale. Ma, proprio come la chitarra acustica normale, è spesso utilizzata con le più svariate accordature alternative.
Proprio chi utilizza particolari accordature su una baritona sa bene che è di fondamentale importanza la scelta della scalatura delle corde: le tensioni in gioco sono differenti e gli spessori andranno ben calibrati in base alle soggettive necessità. Di base possiamo dire che le scalature più utilizzate partono con una prima corda .015/.016 per arrivare alla sesta con spessori intorno ai .065/.070. Interessante notare come la seconda corda (il Fa diesis per intenderci) possa essere liscia o di tipo wound, ‘avvolta’ (solitamente .022w), con una sostanziale differenza timbrica. Personalmente trovo più equilibrato e definito il suono della corda avvolta, più omogeneo e meno slabbrato, soprattutto se si utilizzano accordature aperte che ne allentano la tensione.
Allo scopo di migliorare il bilanciamento timbrico, soprattutto tra corde avvolte e lisce, sono nate chitarre con tastiere radiali, con diapason differenti, maggiorati sui bassi e minori sui cantini: una soluzione che sembra realmente proporre una valida alternativa e che, provata, sembra un passo avanti nella soluzione di questo problema.
Una Italian Guitars baritona con tastiera radiale
La forma dello strumento, in generale, ricalca le dimensioni dei modelli Auditorium o Small Jumbo, taglie che permettono un buon equilibrio sonoro e la giusta profondità. Per il musicista è fondamentale scegliere strumenti con una timbrica definita: l’attacco della nota deve essere preciso così come la tecnica di chi sta suonando.
La baritona genera una sonorità che porta spesso ad un approccio differente, a volte minimalista, dove ogni nota, soprattutto le basse, hanno bisogno di spazio per poter vibrare, e parliamo di ‘spazio armonico’, per non andare a sovrapporsi ad altre creando confusione timbrica e armonica. Una chitarra che può realmente portare un musicista ad esplorare nuovi percorsi musicali, o più semplicemente a rivedere e riproporre la propria musica in chiave differente. La troveremo allora particolarmente efficace sia nel ricreare riff e groove tipici del basso funky, ma anche nel proporre delicati arrangiamenti e armonie fingerstyle. Perfetta anche utilizzata nel flatpicking solistico, rivela il suo – forse – unico limite nello ’strumming’, dove richiede una maggiore attenzione nella scelta e quantità di note suonate.
Per ora mi fermo qui, più avanti approfondiremo sia alcuni aspetti tecnici costruttivi, sia esempi musicali che ci permetteranno di conoscere meglio questa chitarra. A presto!
Voicing ‘aperti’
Nell’era pre-Internet, uno degli appuntamenti da me preferiti era lo Speciale Chitarre che usciva ogni estate a luglio-agosto. Ogni volta un numero stracarico di interessanti articoli e trascrizioni sempre molto appetitose. Tra tutti quelli in mio possesso, il mio preferito – in assoluto un capolavoro per affinità di gusti e professionalità nei contenuti – è lo Speciale dell’estate 1988. Tra gli articoli di quel numero ce n’è uno, a pagina 32, intitolato “Tutti gli accordi in Sol aperto” e scritto niente-popò-di-meno-che da Reno Brandoni! In questo articolo, Reno mostra le posizioni di molti accordi nell’accordatura di Sol aperto, coadiuvato in questo (e, dopo anni di trasferelli, lo dice espressamente senza velarne la soddisfazione) dall’uso del computer… Da allora la tecnologia ha fatto passi da gigante e, in particolare, oggi i tempi sono ormai maturi per scrivere programmi usufruibili tramite Internet senza l’obbligo di essere distribuiti e installati nel proprio computer.
La chitarra acustica è di per sé uno strumento che esalta il suono delle corde a vuoto, particolarità questa che diventa ovviamente e obbligatoriamente necessario sfruttare negli arrangiamenti per chitarra acustica. Una mia necessità (e credo non solo mia) è individuare dei voicing che portino a suoni non scontati e contemporaneamente in armonia con il brano su cui sto lavorando. Studiando e/o praticando si riescono a interiorizzare alcune posizioni, ma ogni cambio di accordatura ci porta in un nuovo e sconosciuto mondo in cui tutto è da reinventare. Senza contare che il nostro personale studio potrebbe essere incompleto e forse ci preclude a priori un mucchio di sonorità interessanti.
Ho così pensato di realizzare un programmino che illustri, per tutte le accordature, le posizioni ‘aperte’ degli accordi, cioè quelle che ne sfruttano le sonorità delle corde a vuoto. E questo per tutte le accordature, dalla standard alla meno utilizzata, a quella che tu e solo tu utilizzi.
Il programmino non va dunque alla ricerca dell’accordo ‘x’ nell’accordatura prescelta, ma presenta dei voicing che cercano di sfruttare la potenza delle corde a vuoto per incoraggiare ed aiutare a scoprire posizioni con sonorità interessanti. Per far questo lavora sui seguenti parametri:
1. La famiglia di appartenenza dell’accordo (maggiore, minore, settima, minore settima, diminuita e semidiminuita).
2. La ‘forma’ dell’accordo, per indicare quali corde a vuoto utilizzare.
3. L’accordatura desiderata.
Praticamente, scelta la famiglia, l’accordatura e una o più ‘forme’, ne calcola e visualizza i classici diagrammi degli accordi per chitarra. L’accordatura può essere selezionata da un elenco precablato oppure personalizzata corda per corda. Di ogni accordo, oltre alla posizione sulla tastiera, sono visualizzati i gradi che lo compongono, nell’ordine dalla corda più bassa a quella più alta. La tonica dell’accordo (indicata con T), per intenderci quella che dà il nome all’accordo, è assunta essere la nota più bassa. Chi mastica un po’ di queste cose può trovare giovamento nel conoscere i singoli gradi che compongono l’accordo, mentre chi vuole astenersi dalla teoria può godersi i suoni in piena libertà, magari con l’indubbio vantaggio nel conoscere che quel suono rientra tra gli accordi maggiori, oppure minori, ecc. Ho ritenuto opportuno non indicare il nome dell’accordo. Infatti, trattandosi in molti casi di accordi incompleti, si sarebbero ottenute sigle complicate da leggere e senza alcun ulteriore benefit musicale. Il tutto con una interfaccia utente che, nei miei intenti, dovrebbe essere completamente intuitiva e scevra da ulteriori spiegazioni.
Cosa c’è da aggiungere? L’elenco precablato delle accordature, oltre alla possibilità di essere ampliato, ne contiene alcune con nomi provvisori, in attesa di essere definiti con la vostra collaborazione. Ben vengano indicazioni in questo senso. Sarò felice di apportare modifiche o semplicemente rispondere ad eventuali vostri dubbi.
Per usufruire del programma, cliccare sul link sotto:
Open Voicings
Buon divertimento!
Roberta Di Lorenzo e Tony De Gruttola a Un Paese a Sei Corde

Il primo assaggio della sezione “Chitarrautore”, novità dell’edizione di quest’anno di “Un Paese a Sei Corde”, lo abbiamo avuto il 26 giugno nella suggestiva cornice del cortile interno del Municipio di Gozzano. Che ogni anno sembra più bello, grazie ai continui interventi di restauro.
Protagonista Roberta Di Lorenzo che, accompagnata da Tony De Gruttola, ha presentato L’occhio della luna, l’album a cui ha collaborato nientemeno che Eugenio Finardi in qualità di produttore e arrangiatore. Nel cd suonano numerosi musicisti, addirittura un quartetto d’archi, anche se sul palco di Gozzano le stesse atmosfere erano rese con due sole chitarre, ma suonate magistralmente. L’una accarezzata con la dolcezza della mano femminile che sa dove posarsi per ottenere i giusti suoni, quasi solo sfiorando le corde, l’altra condotta con maggiore energia e vigore, ma mai gratuita ‘violenza’ da Tony De Gruttola, accompagnatore forte e discreto allo stesso tempo.
Un lavoro molto femminile, e lo si capisce anche da dettagli dell’arrangiamento creato appositamente per la serata. Il concerto si è aperto con “Ai tuoi occhi”, per poi passare a “Felicità apparente” e all’unica cover della serata – Talkin’ Bout a Revolution” di Tracy Chapman – che ha permesso al duo di dare libero sfogo alle emozioni, coinvolgendo il pubblico e sciogliendo la tensione che un concerto così intimo può creare. A seguire “Luna”, un pezzo con dieci anni di storia alle spalle, dedicato a chi è lontano da casa e a chi la cerca nel proprio cuore. Ed eseguirlo, sola sul palco con la sua chitarra, proprio mentre stava sorgendo la luna piena, in una calda sera d’estate, ha costituito una grande emozione che è arrivata vivida a tutti i presenti. E poi via, fino al bis, “Faccia”, canzone che ha segnato l’incontro con Finardi e quindi l’inizio del progetto artistico approdato qui a Gozzano.
Una serata piacevolmente diversa, stavolta protagonista non era solo la chitarra, ma anche e soprattutto le canzoni che mostravano una buona dose di originalità. Cosa che lascia quasi stupiti, ormai abituati come siamo all’imperversare delle cover band. Se solo la voce, bella, calda e ben padroneggiata, avesse avuto un timbro più particolare, di quelli che distinguono l’interprete fra mille, saremmo sicuri di aver assistito alla nascita di una stella.
Patrizia & Mauro Gattoni

Hendrix acustico
«Si sentiva la folla che chiamava a gran voce, mentre lui era in camerino a suonare la chitarra acustica per me».
(Kristen Nefer, amica di Hendrix, 1970)
Come può un mito della chitarra elettrica e del rock rumoroso incontrare i gusti di noi amanti di sonorità acustiche? Semplice: basta andare oltre le apparenze.
Jimi Hendrix è senza dubbio il chitarrista innovatore, virtuoso e sperimentatore, divoratore di Stratocaster e stupratore di Marshall che siamo abituati a vedere. Ma si è sempre considerato poco il fatto che sia anche uno dei più grandi compositori di popular music del XX secolo. Da questo punto di vista l’ottica potrebbe cambiare e, anche se non immaginiamo un Jimi con gli occhiali, in abiti sobri, seduto al piano che scrive le sue musiche su ordinati fogli pentagrammati, potremmo almeno considerare il suo materiale musicale da un punto di vista compositivo e meno ‘performativo’. Se facessimo questo piccolo sforzo si aprirebbe un mondo fatto di armonie, ritmi e melodie del tutto originali e innovativi, figli sì della tradizione afroamericana, ma assolutamente oltre i soliti schemi. Una musica universale, quindi, che travalica i confini della chitarra elettrica per abbracciare ambiti ben più ampi.
In questo senso prendere in mano il nostro strumento acustico e provare a tirare fuori la musica del nostro eroe, può risultare un’operazione molto stimolante. La chitarra acustica ci permette di ‘spogliare’ la composizione e vederne l’anima, l’essenza, per poi poterla ricostruire in maniera diversa e ‘rivestirla’ di nuove suggestioni più intime e personali, non per migliorarla (non mi permetterei mai di avere tale pretesa) ma per considerare un punto di vista differente.
Sicuramente Jimi Hendrix stesso non sottovalutava questo aspetto e, anche se performativamente la sua esuberanza, e sicuramente il gusto di un ‘neanche trentenne’ degli anni sessanta, lo ha portato a battere i sentieri elettrici in tutti i modi possibili, la sua chitarra ritmica (vero punto di forza del suo playing) ha caratteristiche ben definite anche se trasportate in acustico. Del resto non possiamo dimenticare la passione e il rispetto che Hendrix nutriva per un musicista prevalentemente acustico come Bob Dylan…
Ci sono poche testimonianze di Hendrix suonatore di chitarra acustica, ma alcune di esse possono ben rappresentare questo aspetto:
“Hear My Train Comin’”
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“Hound Dog”
In questi due video Hendrix interpreta classici del blues con il suo inconfondibile approccio ritmico, ma un’interessante ‘sfida acustica’ potrebbe essere approcciarsi a brani armonicamente più complessi o intenzionalmente lontani da un approccio acustico classico. Pensiamo a brani in mid-tempo come “Angel”, “Castles Made of Sand”, “Little Wing”, che sono caratterizzati da progressioni armoniche mai banali, con architetture a volte complesse e sempre sospese tra la tonalità maggiore e minore, con largo uso di accordi non proprio ‘blues-rock’ con settime maggiori, seste, none o tredicesime, con cambi di tonalità che ci sorprendono, ma che si risolvono sempre in maniera coerente e precisa.
Probabilmente Jimi Hendrix è andato via troppo presto per poter deliziare il mondo con altri aspetti della sua musicalità. Pare che negli ultimi tempi si stesse dedicando a un progetto orchestrale (poi ripreso da Gil Evans) o a collaborazioni trasversali con il jazz sperimentale di Miles Davis. A me piace pensare che prima o poi si sarebbe dedicato ad un progetto acustico… ma poi ci ha pensato Michael Hedges.
Ho suonato anch’io a Ferentino Acustica
Io e Luca Francioso siamo partiti alle nove di mattina circa del 24 giugno, pronti per un lungo viaggio di circa sei ore diretti a Ferentino. Il viaggio in compagnia di Luca (rivelatosi in questa occasione un incredibile macina chilometri come tutti i degni musicisti) è stato ricco di discussioni in diversi campi tra cui musica, chitarre, nuovi progetti e altri argomenti interrotti da un ascolto di qualche cd di musica ‘da viaggio’ a me sconosciuta.
Dopo una sosta per il pranzo siamo arrivati giusti giusti prima del fischio d’inizio della partita Italia-Slovacchia. Eravamo d’accordo con Giovanni Pelosi di trovarci assieme nel suo studio per vedere questo atteso match. Nello studio ci aspettava Giovanni in compagnia di Daniele Bazzani e dell’attore Renato Marchetti (ospite della serata). Per me sinceramente è stata una sorpresa e di primo impatto mi sono sentito un po’ a disagio a stare seduto in mezzo a tutti questi personaggi. Al primo commento in puro romanaccio di Giovanni e Daniele mi sono sentito più a mio agio, e dopo la rovinosa partita siamo andati a mangiarci un gelato in piazza per poi aspettare di fare il soundcheck. Mentre aspettavamo ho riconosciuto “nonny guitar”, che avevo avuto il piacere di conoscere a Sarzana. Anche se era la seconda volta che lo vedevo, sentivo di aver condiviso con lui una piccola parte della mia esperienza a Sarzana ma non solo, anche la passione per la musica, acustica in questo caso.
Questo mi ha fatto riflettere, mentre guardavo i chitarristi che si sarebbero esibiti dopo la mia apertura della serata, ‘vinta’ con il concorso “Suona a Ferentino Acustica”. Ho notato come questi festival siano delle occasioni, per amici che hanno condiviso delle esperienze nel passato, di ritrovarsi e raccontarsi tutte le loro nuove avventure e i nuovi progetti. La musica è di sottofondo a tutto ciò, non è il fine, è come una dolce compagnia. In particolare, quando sono arrivati Reno ed Eric, si è formato un gruppetto di chitarristi che si salutavano e sorridevano come se si fossero incontrati dopo una straordinaria avventura.
Una volta fatto il soundcheck con un po’ di ritardo, siamo andati tutti assieme in cerca di un pasto prima del concerto. Mi sentivo un po’ la mascotte della serata, forse perché ero il più giovane… tutti erano gentili con me e curiosi di sentire i miei tre brani che avrebbero aperto la serata!
Così, appena terminato il pasto, accompagnato da Giovanni (che doveva ancora mangiare), inizia la serata. Giovanni mi presenta come “Alberto Ziliotto il vincitore del concorso ‘Suona a Ferentino’ su Fingerpicking.net”… Così salgo sul palco e senza dire niente suono il brano che era in concorso e che mi ha fatto fare questo bel viaggio, “Quello che ti vorrei dire”. Non è la prima volta che mi trovo su un palco a suonare davanti ad altri musicisti e gente che si è fatta anche molti chilometri, ma devo dire che ero molto emozionato, perché dovevo suonare solo tre brani e tra il pubblico non c’erano dei comuni chitarristi, c’erano ‘i chitarristi’! Finito di suonare il primo pezzo, mi sono presentato e ho parlato un po’ di me per farmi conoscere e sciogliere un po’ la tensione. Gli altri due brani che ho suonato erano nati da poco, ma ho voluto suonarli lo stesso per vedere la reazione del pubblico, che sembrava essere positiva… Prima di suonare l’utimo pezzo, ho ringraziato Giovanni e Fingerpicking.net per l’opportunità. Basta, dopo circa quindici minuti era tutto finito, avevo suonato i miei pezzi e mi sentivo soddisfatto nonostante qualche imprecisione. Così Giovanni è risalito sul palco ripresentandomi e raccontando che aveva avuto occasione di ascoltare i miei brani anche a Sarzana per il Premio Carish e all’Open Mic, poi ha richiesto un altro applauso che mi ha fatto molto piacere… non tanto per il gesto, ma perché le sue parole mi hanno fatto sentire quasi un chitarrista professionista!
Come quelli che seguiranno nella serata… Micki Piperno e la sua orchestra Delta Blues, Luca Francioso accompagnato dalla lettura di Renato Marchetti, Daniele Bazzani, Riccardo Zappa con ospiti Renato Marchetti, Giovanni Pelosi e Reno Brandoni per l’ultimo brano.
Durante il resto della serata sono stato con i ragazzi dell’orchestra di Micki e con “lucapette”, che ho incontrato lì dopo averlo conosciuto a distanza sul Forum.
È stato un viaggio molto intenso e, nonostante sia stato lungo, sono tornato a casa pieno di gioia, con nuovi amici e una nuova esperienza musicale alle spalle! Grazie a Luca per il viaggio, a Fingerpicking.net nelle persone di Reno e Giovanni per avermi dato questa bella occasione, e grazie a quelli cui il mio brano è piaciuto e che mi hanno fatto essere a Ferentino per questo bel festival!
Davide Mastrangelo e Masella Restuccia a Un Paese a Sei Corde
Uno dei tanti meriti dell’assciazione “La finestra sul lago” è di organizzare i concerti in certi posticini deliziosi, sconosciuti anche a chi abita in zona. Come la chiesa di San Bernardo a Prerro, frazione del comune di Pogno. Un posto dove non ci si ‘passa’, ma ci si ‘arriva’, perché ci finisce la strada. Per andarci ci vuole un’occasione davvero ghiotta, come quella di ascoltare Davide Mastrangelo e Masella Restuccia sabato 20 giugno.

Noto didatta e punto di riferimento della chitarra acustica italiana, Mastrangelo non ha rinunciato anche durante il concerto a qualche piccola lezione che ha aiutato, soprattutto i non addetti ai lavori, a comprendere meglio le varie tecniche di esecuzione, che a volte possono sembrare solo dei virtuosismi ginnici. Si è dimostrato subito, naturalmente, anche un eccellente esecutore di brani originali e di arrangiamenti di pezzi provenienti dai più disparati repertori. Così siamo partiti con “Last Steam Engine Train”, dedicato ai musicisti sempre in viaggio anche se non più sui treni a vapore, per poi proseguire con “Tequila” e una delicata “Diamante”. E poi via a illustrare le varie tecniche percussive, tapping e over the neck: roba da far rizzare i capelli ai chitarristi classici più tradizionalisti; ma da lasciare a bocca aperta il pubblico presente con i magnifici brani con cui ne veniva data dimostrazione. Poi, per ricordare che nonostante tutto era quasi estate, ci ha fatto ascoltare “The Last Mosquito’s Flight”, sua spettacolare composizione figlia di un’estate piemontese piena di zanzare. Non poteva mancare un bel “Mississipi Blues”, magistralmente eseguito con una chitarra resofonica.
Ritornato all’acustica, ha completato il suo giro intorno alla musica con “Morrison’s Gig” e “Walking on the Moss”, a introduzione della seconda parte del concerto in cui si è unito alla voce di seta di Masella Restuccia, sua compagna di vita e di scena. A questo punto il percorso ha preso la via del jazz con dei classicissimi come “Night And Day”, “Blue Moon”, “Bye Bye Blues” e qualche brano meno consueto, come “Mama Just Wants to Barrelhouse All Night Long” del canadese Bruce Cockburn, che ha evitato che questa seconda parte si trasformasse in un momento di chitarra bar.
Il bis, un particolare arrangiamento a bossa nova di “Amore che vieni, amore che vai” di Fabrizio De André, ha piacevolmente concluso questo viaggio nel paese, anzi nel mondo delle sei corde, lasciando al pubblico la sensazione di saperne qualcosa in più.
Patrizia & Mauro Gattoni





